RITORNO ALLA TERRA

Non ci sono solo le smart cities. Oggi si parla anche di smart land.
E l’Italia si fa promotrice di un nuovo modello di sviluppo.
A misura di uomo e natura

Poco prima che il lockdown bloccasse ogni evento ad Assisi è stato presentato il Manifesto per un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica.
Si tratta di un patto fra grandi imprese, economisti, associazioni e rappresentanti delle istituzioni con l’obiettivo di combinare sostenibilità e crescita inclusiva nei territori per contrastare il cambiamento climatico.
È stato promosso da Ermete Realacci, presidente dell’Associazione Symbola, insieme a Vincenzo Boccia e Ettore Prandini, presidenti di Confindustria e Coldiretti, Francesco Starace, AD di Enel, padre Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi, padre Enzo Fortunato, direttore della rivista San Francesco e Catia Bastioli, AD di Novamont. Ed è già stato sottoscritto da oltre duemila tra imprenditori, intellettuali, professionisti, studiosi e ambientalisti. Persone che scelgono di stare insieme per costruire una nuova economia che metta al centro l’ambiente e l’uomo.

Una via italiana allo sviluppo sostenibile che parte dalla terra e dai territori. Un’idea di smart land, che non si oppone alla smart city, ma anzi la integra e le infonde nuova forza.

Molto del merito va però riconosciuto alle giovani generazioni che stanno mettendo in discussione in tutto il mondo il modello di sviluppo capitalista, contrapponendogli un’idea diversa di cittadinanza, di partecipazione, di lavoro, di politica e di utilizzo delle risorse.
In Italia da tempo questo si traduce in un ritorno alla terra. I giovani rappresentano oggi una risorsa fondamentale per l’agricoltura.
Le iscrizioni alle facoltà di Agraria sono in forte aumento da anni.

Un’azienda agricola su tre in Italia è guidata da imprenditori con meno di 35 anni.

Come dire, non tutti i cervelli fuggono.
Molti scelgono di restare e di puntare al settore primario, uno dei pochi ad aver resistito alla grande crisi del 2008 e ora all’emergenza Covid. Non si tratta di una visione nostalgica e bucolica. Certo c’è la ricerca di un rapporto personale con la terra che si coltiva e si cura, forse il modello è più quello del contadino che dell’imprenditore agricolo. Ma la verità è che la quasi totalità degli agricoltori under 30 (il 90%) ha un tasso di istruzione medio-alto.

Non ci sono solo i laureati in Agraria, ci sono anche molti che provengono da facoltà del tutto estranee: Sociologia, Comunicazione, Economia, Farmacia, Architettura.
Danno vita ad aziende che interpretano nel senso più ampio il ruolo dell’agricoltura: dalla bio-cosmesi alla bio-edilizia, dalle imprese sociali alle fattorie didattiche.

E non è certamente un caso se anche Rem Koolhaas, uno dei maggiori architetti contemporanei e grande teorico dei fenomeni urbani e territoriali, abbia dedicato proprio all’agricoltura un progetto di ricerca quadriennale sfociato quest’anno nella mostra Countryside, The Future al Guggenheim Museum di New York.
Un fenomeno colto e interpretato anche da Stefano Boeri, architetto tra i più attenti al tema del rapporto tra città e natura, che oggi riparte da un ripensamento delle città e delle metropoli, da un investimento sui piccoli centri per il loro recupero e da un’idea diversa del rapporto tra foreste e agricoltura.
E che infatti ha dichiarato:
«Se dobbiamo accettare che ci sia un processo almeno parziale di allontanamento dalle città, dobbiamo progettare traiettorie ed esperienze di vita alternative. È una straordinaria opportunità per i piccoli centri e le aree interne, considerando i più di cinquemila piccoli centri storici in via di abbandono e i 2.300 già abbandonati in Italia».

Non si tratta di tornare al passato. Le giovani generazioni sanno sfruttare il meglio della tecnologia e delle conoscenze contemporanee.
E infatti Boeri suggerisce un’operazione caratterizzata dalla connettività, dalla banda larga e da un rapporto strettissimo con le città, che potrebbero essere organizzate anch’esse in quartieri autonomi come un “arcipelago di borghi” in cui ritrovare una socialità andata perduta.

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